martedì 12 dicembre 2017

PERCOSSA E MINACCIATA DAL VICINO VIOLENTO, VIVE DA QUATTRO MESI NELL'INCUBO

Una storia di violenza privata che ha dell'incredibile. Arriva da Chioggia, e riguarda una donna di 40 anni, invalida civile e titolare di una casa popolare assegnatale dall'Ater proprio per il suo stato di salute: da quattro mesi non può rientrare nell'abitazione perché un vicino le impedisce di farlo con violenza e minacce. L'uomo è stato denunciato due volte ai carabinieri, il 29 settembre e il 29 novembre scorsi, ma la situazione non è stata ancora sbloccata in favore della vittima, che vive in un perdurante e grave stato di ansia e di paura con timore per la sua incolumità, quella del partner e dei loro cari, costretti a modificare le abitudini di vita.

Questi i fatti più recenti, riportati dalla stessa signora, che ha prodotto anche gli estremi delle denunce e i referti ospedalieri: la mattina del 18 agosto alle 10.30 il vicino in questione -gli appartamenti sono divisi tra loro dal vano ascensore, non confinanti se non per il poggiolo esterno- ha cominciato a battere alla porta e al muro, ad urlare e minacciare. «Essendo cardiopatica, mi sono sentita male», racconta la povera donna. «Il mio compagno teneva la porta per impedirgli di entrare. Abbiamo chiamato i carabinieri, che una volta arrivati si sono preoccupati di dire al mio compagno di portarmi in ospedale perché stavo male. Siamo poi ritornati da loro per la prima denuncia. Ci hanno detto di tornare a casa, non volevo farlo perché io e questo tizio abitiamo da 17 anni lo stesso stabile, ne ho viste di tutti i colori, ha già picchiato altre persone tra cui la madre. Non sono mai uscita dalla porta quando lui litigava con altri, non gli ho dato motivo di prendersela con me». La signora e il suo compagno sono tornati in casa -furtivamente- solo per prelevare alcuni vestiti e per nutrire ai quattro gatti.
Continua il racconto: «La madre dell'aggressore, quando ci sentiva in casa, lo avvertiva che noi c'eravamo, così da inveire di nuovo nei nostri confronti. Lui ha aggredito mia madre (anche lei passibile di malore) impedendole di entrare in casa, poi mia suocera, ancora me e il mio partner. Ha minacciato di ucciderci anche davanti ai carabinieri, asserendo che lui ha amici affiliati alla mafia del Brenta, che ci spara in bocca, dice di avere taniche di benzina e una scure vicino alla porta. “In galera me, in cimitero voi, qua non voglio nessuno”, sono le sue parole». Le forze dell'ordine non sono mai entrate in casa sua perché non ha loro aperto. La signora si è recata al centro antiviolenza, ha preso contatti con l'avvocata del centro e ha riferito la vicenda anche all'ente che ha erogato la casa, ovvero l'Ater: «Continuo ad andare dai carabinieri, ce n'è uno che sta seguendo il mio caso, e loro stessi hanno detto di averlo “spostato” altre volte, suggerendomi di non tornare a casa. Quando ha buttato giù la porta -il 21 novembre- ero in casa da sola, ha spaccato tutto, mi ha tirato addosso un vaso di vetro, ha bastonato a tradimento il mio compagno ad un occhio con trauma orbitale, mentre quest'ultimo aveva le mani occupate dalle borse, e io ho riportato alterazioni ossee di natura traumatica a mano e cranio».
Da quel giorno la vita di queste persone è un inferno: «E così sono rimasta in strada, costretta a chiedere di dormire in casa d'altri, mi vesto con gli abiti di mia sorella», spiega la donna in lacrime. «Ho chiesto ai vigili di accompagnarmi a prelevare i gatti trascurati, ci sono riuscita solo grazie ad alcuni che mi hanno spalleggiato». La vittima è disponibile a valutare una diversa sistemazione abitativa in chiave Ater, che sia compatibile con la sua situazione sanitaria; ma resterebbe il problema in capo al quartiere, date le intemperanze del tizio avverso altri condòmini. La soluzione del dilemma sta in capo al tribunale, alla forza pubblica, ai servizi sociali del Comune, alla stessa Ater, e quando accadrà -sempre troppo tardi- avrà l'aspetto della fine di un incubo.

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